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Ecco il testo del bellissimo intervento scritto da Donatella Natoli per il progetto “I saperi per l’inclusione”, di cui potete leggere qui e che siamo veramente felici di poter condividere: I SAPERI PER L’INCLUSIONE Palermo 24 ottobre…

piramidi alimentari per la prima infanzia: comunicato stampa

Pubblichiamo questo comunicato stampa, firmato dalle principali associazioni che si occupano di allattamento e salute infantile in Italia:

Chi si nasconde
dietro le piramidi alimentari per la prima infanzia?

Comunicato stampa congiunto

IBFAN Italia – MAMI – ACP – AICPAM – Baby Consumers – Il Melograno – La Leche Lague Italia – No grazie pago io

Il 24 febbraio 2011 sono state presentate con una conferenza presso l’Università La Sapienza di Roma le cosiddette piramidi alimentari per la prima infanzia, definite “la bussola per orientare, con l’aiuto insostituibile dei pediatri, le scelte nutrizionali dei genitori per i propri bambini, nel delicato periodo del divezzamento”. Tali piramidi sono state sviluppate da alcuni nutrizionisti della stessa università – Andrea Vania e Carlo Cannella, recentemente scomparso – e saranno diffuse con il patrocinio di ECOG (European Childhood Obesità Group), SIP (Società Italiana di Pediatria), FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri), SINUPE (Società Italiana di Nutrizione Pediatrica), SIPPS (Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale), SIO (Società Italiana dell’Obesità) e SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana).
Guardando con più attenzione, insospettiti dai colori e dalla grafica sin troppo ‘familiare’, non abbiamo impiegato molto a capire chi si cela dietro a tale iniziativa. Leggendo i vari comunicati stampa diffusi in questi giorni, si scopre infatti che gli indirizzi internet, ai quali si rimanda il lettore che volesse approfondire, mostrano che le due piramidi sono associate al nome di una ditta di alimenti per l’infanzia, la Mellin, che appartiene al gruppo Danone. Nel sito dedicato al progetto, in seguito ad alcune polemiche sui blog che si occupano di svezzamento, i link http://www.piramideitaliana.it/pg-af/mellin1.php e http://www.piramideitaliana.it/pg-af/mellin2.php, sono stati opportunamente sostituiti da indirizzi senza la dicitura Mellin (ma restano visibili ad esempio al seguente indirizzo: http://lifestyle.tiscali.it/salute/articoli/collaboratori/stagno/2011/02/piramide-alimentare-infanzia.html?doctor_web ).
A conferma che si tratta di un’abile, ma non abilmente velata,  campagna pubblicitaria, c’è anche un comunicato diffuso da Studio Martignoni Comunicazione Integrata (MCI) visibile all’indirizzo  www.studiomartignoni.com/mellin-piramide.htm:
“Novembre 2010 – Mellin: il kit della Piramide Alimentare della Prima Infanzia. Mellin sceglie lo Studio Martignoni per sviluppare un progetto innovativo: la Piramide Alimentare della Prima Infanzia. MCI ha seguito l’ideazione e la realizzazione grafica delle due piramidi, diversificate in base alla fascia di età del bambino, e le ha utilizzate per personalizzare altrettanti block notes/ricettari, uniti in un pratico kit, distribuito ai medici pediatri di tutta Italia. L’importanza del progetto – è la prima piramide dedicata all’alimentazione infantile – è stato illustrato da Mellin tramite diversi canali e ufficialmente durante il Congresso ECOG tenutosi lo scorso novembre a Bruxelles”.
Le associazioni firmatarie del

presente comunicato stampa – Ibfan Italia, ACP, AICPAM, Baby Consumers, Il Melograno, MAMI, La Leche League Italia, No grazie pago io – chiedono che venga fatta chiarezza su questa paradossale operazione commerciale:
“I genitori hanno il diritto di sapere chi si nasconde dietro al progetto delle piramidi alimentari per la prima infanzia, perché difficilmente le sponsorizzazioni sono offerte dalle aziende in maniera ‘non condizionante’: guarda caso, nel modello proposto dalle piramidi per la prima infanzia non mancano riferimenti a omogeneizzati e liofilizzati. In realtà, i cibi industriali non sono affatto indispensabili per alimentare correttamente un bambino: omogeneizzati e pappe pronte non hanno niente di più di un prodotto casalingo, anzi spesso qualcosa in meno: troppi zuccheri, sale, grassi con origine spesso non dichiarata e apporto calorico più elevato dello stesso prodotto fatto in casa. Per non parlare di un gusto standardizzato, sempre uguale a se stesso che non educa il palato dei bambini ai sapori legati alle stagioni, alla diversa qualità e maturazione dei frutti, al differente tipo di cibo che può essere proposto nella vita quotidiana.
Il contenuto stesso delle piramidi, infine, (3-4 poppate e una pappa a 5 mesi, a 7-8 mesi solo 2 poppate più due pasti) è deleterio per  l’allattamento, ed anche in contrasto con le indicazioni UNICEF che sottolineano come i bambini fino a due anni debbano fare almeno 5 pasti”.

Ibfan Italia- www.ibfanitalia.org

ACP (Associazione Culturale Pediatri)- www.acp.it

AICPAM (Associazione Italiana Consulenti Professionali in Allattamento Materno) – www.aicpam.org

Baby Consumers – www.babyconsumers.it

Il Melograno – www.melograno.org

MAMI (Movimento allattamento materno italiano) – www.mami.org

La Leche League Italia (Lega per l’allattamento materno) – www.lllitalia.org

No grazie pago io – www.nograziepagoio.it

Con viva preghiera di pubblicazione e diffusione

Il presente comunicato stampa è scaricabile in versione PDF cliccando qui

Perché le evidenze scientifiche non incidono sulla pratica di gestione della febbre?

Ecco la traduzione  dell’articolo “Why is the evidence not affecting the practice of fever management?” di A Sahib M El-Radhi a cura di Monica Garraffa  con la supervisione di Adriano Cattaneo. L’articolo e’ stato pubblicato online: 18 June 2008. doi:10.1136/adc.2008.139949 Archives of Disease in Childhood 2008; 93:918-920

La febbre è un disturbo molto comune nei bambini ed è il motivo più frequente, esclusi i traumi, di accesso al pronto soccorso.(1) I genitori si preoccupano per la febbre e le sue potenziali complicazioni, ma quali conoscenze si hanno effettivamente sulla febbre e sulla sua gestione a casa? Il valore biologico della febbre (cioè, se è benefica o dannosa) è controverso e la febbre è vigorosamente trattata nella speranza di diminuire le sue complicazioni. La pratica di alternare due tipi di antipiretici si è diffusa a casa e nei reparti pediatrici, ma ciò è suffragato da evidenze e può provocare complicazioni? C’è ancora una notevole discordanza tra evidenza scientifica, da un lato, e la teoria e la pratica, dall’altro. Perché ciò succede per un disturbo comune come la febbre?

La febbre è spesso considerata dai genitori e dai medici come un segno importante e pericoloso di malattia, quasi come una malattia in sé, piuttosto che un sintomo. I genitori si preoccupano quando il loro bambino è febbricitante e ritengono che la febbre possa aumentare con un possibile esito deleterio. La febbrefobia, una paura esagerata della febbre nei figli, è comune tra i genitori.(2) I genitori hanno conoscenze limitate sulla febbre e poca o nessuna informazione sul suo ruolo benefico nelle malattie.(3) Queste preoccupazioni dei genitori portano ad un maggior uso di antipiretici e di servizi sanitari. Inoltre vi è spesso una percezione diffusa anche tra i pediatri che la febbre sia pericolosa. La maggioranza (65%) dei pediatri in Massachusetts, Stati Uniti, credono che la febbre possa essere pericolosa per un bambino con crisi epilettiche, essendo la morte e i danni celebrali le più gravi complicanze.(4)

La pratica corrente ritiene che un ampio uso di antipiretici sia necessario e che risponda alla domanda di diminuire anche un basso grado di febbre.(5) Gli antipiretici sono il metodo preferito dai genitori per gestire la febbre e si è registrato un aumento della preferenza per il loro uso nel corso degli ultimi due decenni, dal 67% a più del 90% (91-95%).(6,7) La somministrazione di antipiretici da parte dei genitori è spesso scorretta sia per quanto riguarda la dose che la frequenza.(8) Un sottodosaggio aumenta l’uso dei servizi sanitari e incoraggia l’uso di antipiretici alternati per mantenere normale la temperatura, mentre un sovradosaggio è potenzialmente dannoso. I pediatri che lavorano con i bambini negli ospedali spesso accettano la prescrizione di antipiretici per la sola indicazione della presenza della febbre. Un bambino febbrile ricoverato in reparto, che sia in grado di giocare o con un malessere notevole, riceve antipiretici. Sebbene la maggior parte dei pediatri concordino che il trattamento di un bambino febbrile con antipiretici è per lo più per il sollievo dei sintomi della febbre, molti tendono a prescrivere antipiretici per ogni bambino con febbre. I pediatri possono contribuire alla febbrefobia, prescrivendo antipiretici per i bambini che sono solo leggermente febbrili o raccomandando l’uso di paracetamolo alternato con ibuprofene. Questa pratica di alternare antipiretici è diventata sempre più comune tra i genitori, il loro utilizzo dal 27% nel 2001 è cresciuto nel 2007 tra il 52% e il 67%.(9) Le aziende farmaceutiche e i mezzi di comunicazione possono anche contribuire ai miti e alle paure con commenti o pubblicità del tipo: “Se amate il vostro bambino, otterrete un rapido sollievo con questo farmaco” o “Se vi preoccupate del benessere del vostro bambino usate….”, ecc.

E’ possibile che le opinioni negative sulla febbre abbiano radici storiche. In gran parte della storia, la febbre è stata temuta dalla gente comune come una manifestazione di una punizione indotta dagli spiriti maligni o come un indicatore di morte.(10,11) Tuttavia, Wagner von Jauregg nel 1917 diede un enorme impulso all’idea della febbre come agente terapeutico, nel trattamento della neurosifilide con la febbre malarica.(12) Uno dei più importanti risultati della ricerca in questi ultimi anni è stata la scoperta di un singolo prodotto di cellule mononucleari, l’interleuchina-1 (IL-1), i cui effetti includono induzione di febbre e attivazione di linfociti T.(13) Numerose sostanze esterne (pirogeni esogeni) possono dare avvio al ciclo della febbre. Le endotossine di batteri Gram-negativi sono i più potenti pirogeni esogeni. I pirogeni esogeni stimolano monociti e macrofagi fissi dei tessuti e delle cellule reticoloendoteliali per produrre e rilasciare pirogeni endogeni, di cui IL-1 è il più importante. IL-1 agisce sul centro ipotalamico di termoregolazione tramite mediatori, in particolare una prostaglandina (PGE2), per elevare il livello di regolazione della temperatura. Il centro ipotalamico stimola la produzione di calore inducendo i brividi e la conservazione del calore tramite la vasocostrizione. La febbre è regolata da questo centro (anche ad una temperatura di oltre 41°) e la produzione di calore si avvicina alla perdita, come quando si è in salute, anche se ad un livello più alto del termostato ipotalamico. L’IL-1 ha altre funzioni, tra cui:

  • Gioca un ruolo primario nella induzione di risposte infiammatorie, quali l’accumulo di neutrofili e di aderenze, e modificazioni vascolari;
  • Stimola il fegato per la sintesi delle proteine nella fase acuta, come il fibrinogeno, l’aptoglobina, la ceruloplasmina e la CRP (proteina C reattiva);
  • L’avvio delle cellule T e la  proliferazione e attivazione delle cellule B (IL-1 attiva i linfociti T a produrre diversi fattori, come ad esempio INF e IL-2, che sono vitali per la risposta immunitaria).

L’innalzamento della temperatura in contemporanea con l’attivazione dei linfociti suggerisce decisamente il ruolo positivo della febbre stessa.

Ma la febbre è effettivamente utile o è dannosa? La febbre di per se è autolimitante e raramente grave, a condizione che la causa sia nota e che i liquidi persi vengano reintegrati. Con la febbre, a differenza dell’ipertermia, la temperatura corporea è ben regolata da un termostato ipotalamico che bilancia la produzione e la perdita di calore in modo così efficace che la temperatura non aumenta inesorabilmente sopra il limite massimo di 42° C. All’interno del range tra 40° e 42°,  non ci sono prove che la febbre sia dannosa per i tessuti. Circa il 20% dei bambini osservati in pronto soccorso hanno temperature superiori ai 40°C, ma recuperano quasi sempre pienamente e la morbilità o la mortalità è dovuta alla malattia di base. In effetti, l’associazione con la febbre potrebbe essere protettiva. La febbre non dovrebbe essere considerata nociva per i seguenti motivi:

  • La febbre esercita un effetto complessivamente negativo sulla crescita dei batteri e sulla moltiplicazione dei virus.(14,15) Migliora i processi immunologici, inclusa l’attività di IL-1, le cellule T helper, le cellule T citolitiche, le cellule B, e la sintesi delle immunoglobuline.(16) La febbre può essere inoltre vantaggiosa per i bambini con meningite febbrile, rispetto a coloro che sono senza febbre o ipotermici e che sono deceduti.(17) Uno studio su 102 bambini in Finlandia con gastroenterite da salmonella ha dimostrato una significativa correlazione tra il grado di febbre e la durata di escrezione degli organismi batterici.(18)
  • Ci sono numerose prove che gli antipiretici non impediscono le convulsioni febbrili.(19) I bambini con un alto rischio di ricorrenti convulsioni febbrili( storia familiare positiva di convulsioni febbrili, di età inferiore ad un anno, convulsioni febbrili complicate, e febbre moderata al momento della comparsa delle convulsioni febbrili) hanno frequenti recidive rispetto a quelli senza questi fattori di rischio. Dato che gli antipiretici sono usati sia nei bambini a rischio sia in quelli non a rischio, potrebbero essere i fattori di rischio, e non l’uso o meno di antipiretici, a predisporre agli episodi ricorrenti di convulsioni febbrili. Numerosi studi hanno dimostrato che i bambini che sviluppano convulsioni con bassi gradi di febbre hanno una soglia convulsiva inferiore e quindi un alto tasso di recidive di convulsioni febbrili, mentre quelli con febbri alte oltre 40° hanno un minor numero di recidive.(20-22)

§         La teoria dell’igiene suggerisce che la febbre possa essere utile. La prevalenza di asma e allergie è aumentata in tutto il mondo da molti anni e la teoria dell’igiene è stata proposta come spiegazione.(23,24) La teoria propone che l’esposizione precoce alle infezioni, spesso associate a febbre, potrebbe proteggere i bambini dalle malattie allergiche.

Questa teoria è sostenuta dai seguenti risultati:

  • La prevalenza di atopia è più bassa tra i bambini delle famiglie numerose e coloro che frequentano asili nido rispetto ai bambini di famiglie poco numerose o che non frequentano asili nido.
  • I bambini con fratelli maggiori hanno meno probabilità di sviluppare allergie rispetto ai bambini più piccoli, con o senza fratelli.
  • Le malattie atopiche sono rare nei paesi con infestazioni parassitarie.

Se la febbre viene considerata utile, ci si potrebbe aspettare che gli antipiretici possano avere effetti dannosi:

  • Gli antipiretici sono noti per causare reazioni avverse, come sanguinamento gastrointestinale, insufficienza renale e alcuni decessi.(25,26) Nel Regno Unito, il 10% delle richieste al Servizio Nazionale Antiveleni e fino al 43% di tutti i  ricoveri in ospedale per auto-avvelenamento sono dovuti al paracetamolo.(27,28) Negli Stati Uniti, le overdosi di paracetamolo ammontano a 56.000 visite d’emergenza e 26.000 ricoveri, con circa 450 morti ogni anno. Circa 100 di queste morti sono non intenzionali.(29)
  • In volontari umani infettati con rinovirus, l’uso di antipiretici è stato associato con        soppressione della risposta anticorpale sierica, un aumento dei sintomi e segni e una tendenza alla maggiore durata del contagio virale.(30) In uno studio su bambini con la varicella (di cui la metà ha ricevuto paracetamolo quattro volte al giorno e la metà dei quali hanno ricevuto un placebo), il tempo di cicatrizzazione totale è stato leggermente più corto nel gruppo placebo (5,6 giorni) rispetto al gruppo paracetamolo (6,7 giorni).(31) Un altro studio dal Giappone ha constatato che la somministrazione frequente di antipiretici in bambini con malattie batteriche ha portato ad un peggioramento della loro malattia.(32)
  • La febbre è un prezioso segno fisico in una serie di situazioni come la malattia di Kawasaki e l’artrite idiopatica giovanile. In queste condizioni, gli antipiretici possono modificare i livelli di rilevazione della febbre e rendere la diagnosi più difficile.
  • Una revisione Cochrane ha concluso che non vi sono prove sufficienti che il paracetamolo abbia un effetto superiore al placebo, da solo.(20)

Nonostante le controversie in materia, i pediatri dovrebbero accordarsi sui punti seguenti:

§         I dati accumulati suggeriscono che la febbre abbia un ruolo protettivo nel promuovere la difesa dalle infezioni, piuttosto che esserne un sottoprodotto. Una febbre moderata (inferiore a 40°C), è benefica.

§         Il vantaggio principale dei farmaci antipiretici è quello di rendere i bambini più sereni e allevare l’ansia dei genitori.

§         Le convulsioni febbrili di solito sono benigne e non causano danni al cervello. La prevenzione è difficile e potrebbe non essere realizzabile con antipiretici.

§         Gli interventi educativi basati sulle evidenze sono il modo migliore per trattare e prevenire la febbrefobia e ridurre l’uso non necessario dei servizi sanitari. Queste informazioni dovrebbero passare durante i controlli sanitari di routine, poiché l’ansia dei genitori potrebbe interferire con la comprensione dei fatti che si presentino quando il proprio figlio è malato. I genitori dovrebbe essere informati su come valutare il benessere del bambino (ad esempio il colore della pelle, i livelli di attività, la frequenza respiratoria, l’idratazione). I media hanno un ruolo importante nel contribuire all’istruzione e all’educazione di coloro che assistono i pazienti.

§         Gli antipiretici devono essere usati seguendo le indicazioni, come per gli altri farmaci e non per la febbre di per sé.

La gestione della febbre può prevedere un intervento terapeutico standard nelle seguenti situazioni:

§         Se il minore ha sintomi come dolore, malessere, delirio o eccessiva letargia. In questi casi gli antipiretici servono per aumentare il benessere del bambino, consentendogli di assumere liquidi e per ridurre l’ansia dei genitori.

§         In caso di mancanza di energia o di tasso metabolico aumentato (ad esempio, ustioni, malattie polmonari e cardiovascolari, malattie febbrili prolungate, età molto giovane, denutrizione, stato post-operatorio). La febbre può aumentare il tasso metabolico e aggravare la malattia.

§         Quando i bambini sono a rischio di ipossia a causa di una condizione respiratoria acuta come la bronchiolite. La presenza di febbre può aumentare il fabbisogno di ossigeno e peggiorare la malattia.(33)

§         In caso di febbre alta oltre i 40°, per i seguenti motivi:

  • i bambini con febbre alta sono stati raramente studiati;
  • i bambini con febbre alta possono essere sintomatici di una malattia e possono essere ad alto rischio di disidratazione e delirio;
  • non sostenendo gli antipiretici per la febbre alta causerebbe sgomento tra i genitori e polemiche tra i pediatri , che potrebbero considerare tale raccomandazione non etica.

Non vanno sostenuti i seguenti interventi:

  • Antipiretici per la maggior parte dei bambini con minimo o nessun sintomo. Tale raccomandazione può inizialmente sconvolgere i genitori che ritengono che il loro bambino malato non venga curato. Ma se vogliamo essere all’avanguardia in questo campo, dovremmo istruire il pubblico sui risultati delle ricerche.
  • Misure fisiche come l’uso di un ventilatore o spugnature tiepide. Questi sono interventi inutili e fastidiosi per il bambino.(34,35) La loro indicazione principale è l’ipertermia.
  • Antipiretici alternati (paracetamolo e ibuprofene). Non ci sono prove a sostegno di questa pratica secondo una ricerca Medline della letteratura dal 1970 al 1998.(36) Alternare antipiretici può essere fonte di confusione per chi assiste i pazienti, che potrebbe condurre ad una somministrazione errata di entrambi i prodotti. Tale pratica può anche aumentare la febbre fobia dei genitori in quanto aumenta la preoccupazione dei genitori al salire della febbre. Inoltre una riduzione di febbre di 0,5° C con una combinazione di antipiretici, rispetto ad un singolo antipiretico, è insufficiente per giustificarne l’uso di routine.(37)

Anche se ci sono prove per sostenere gli effetti positivi della febbre, se la febbre sia utile o no è ancora controverso. Dobbiamo sapere quali malattie possano beneficiarne, in modo che la minima interferenza durante il loro corso possa essere presa in considerazione. D’altra parte dobbiamo indagare sulle patologie associate alla febbre e in che misura può essere dannosa, in modo che si possano adottare misure per trattarla.

Infine, la ricerca indica che siamo ad un bivio tra i consistenti dati della ricerca accumulati nel corso degli ultimi decenni sul ruolo positivo a sostegno della febbre e la pressione costante della pratica corrente di tenere il corpo ad una bassa temperatura. Quando ci concentriamo sul “trattamento della febbre”, stiamo dando l’impressione a genitori e operatori sanitari che la febbre sia nociva e l’antipiresi vantaggiosa. Continuare un largo uso di antipiretici può significare che stiamo ignorando importanti messaggi della ricerca.

Conflitto d’interessi: Nessuno

Riferimenti bibliografici

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Cesareo: uno spot superficiale e fuorviante

16 settembre 2010

In giorni in cui la malasanità sembra accanirsi drammaticamente contro puerpere e neonati dal Sud al Nord Italia, stride l’imperversare sulle reti televisive nazionali uno spot superficiale e fuorviante.
“Scegli il parto cesareo solo se necessario!”: il cesareo non è una scelta, tanto meno della partoriente, è un intervento chirurgico che va fatto se ne ricorrono le indicazioni mediche. E’ un ‘obbligo’ quando può salvare una vita, un abuso quando non ve ne siano le reali necessità cliniche.

Mentre l’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda un tasso di cesarei non superiore al 15%, l’Italia con quasi il 40%, (con punte regionali che rasentano il 60%) è il secondo paese meno virtuoso al mondo ed espone le donne cesareizzate a un pericolo di vita di 2,8 volte superiore rispetto al parto vaginale e quasi la metà dei nuovi nati a venire al mondo con una modalità ‘imprevista’ dalla natura.
Un’anomalia senza precedenti che dipende da tantissimi fattori: dall’eccessiva medicalizzazione di processi naturali quali la gravidanza e il parto, all’aumentata età delle madri; dalla disorganizzazione delle strutture, alla tendenza ‘difensiva’ della medicina; dalla mancanza di controllo sanitario, al sistema di rimborso (DRG) che, di fatto ‘premia’ e incentiva le pratiche più costose; dalle più diverse inefficienze, alle carenze degli organici; dalla ‘rarefazione’ delle nascite, alle convenzioni ‘allegre’ con i privati; dall’accorpamento che fa convergere anche le nascite fisiologiche in strutture dedicate alla patologia, alle difficoltà linguistiche e culturali delle nuove cittadine, all’impreparazione dei giovani medici ad assistere senza impugnare il bisturi…
Tutti problemi che andrebbero affrontati e corretti in fretta per fronteggiare l’emergenza, mentre nulla si è visto, al di là di uno spot che dà a intendere che la responsabilità di tutto sia da attribuire alle partorienti che ‘scelgono’ il cesareo. Mandandolo in onda dalle televisioni pubbliche si alimenta una convinzione sbagliata e si getta sulle spalle della donna in procinto di partorire il senso di colpa se il medico, in scienza e coscienza, ritenga indispensabile intervenire chirurgicamente.
Dietro alla dolcezza delle immagini c’è il frutto avvelenato della prepotenza del potere: per poter continuare indisturbati a praticare un’ostetricia interventista e lucrosa che abusa del cesareo, con uno spot falso e ipocrita (firmato da un’associazione privata che si è data il pomposo titolo di ONDA Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna) si fa credere che siano le donne, vittime, le responsabili. E così si avallano comportamenti medici rischiosi e una politica che ha perso di vista la propria responsabilità.
E’ lo stesso meccanismo mentale di un altro spot visto nei mesi scorsi che, fingendo di occuparsi della sicurezza nei luoghi di lavoro, mentre si lesinano mezzi e norme, scarica la responsabilità di ‘stare attentò sulle spalle del lavoratore.
Pubblicità subdole e pericolosissime che, al di là dei –falsi- messaggi immediati, mirano con arroganza a minare una cultura di presa di coscienza reale dei problemi, di solidarietà e responsabilità collettiva.

Spetta alle donne, sempre più deprivate dall’esperienza di un parto naturale, sempre più fatte sentire incapaci, bisognose, capricciose smascherare questo puerile tentativo di farle apparire come ‘responsabili’ del cesareo subito, mentre sono vittime di una sanità (e di una televisione) che ha perso ogni etica e rispetto.

Sen. Tiziana Valpiana
Presidente Onoraria
Associazione ‘Il Melograno’
Centri Informazione Maternità e Nascita

Latte artificiale = latte materno, testosterone e tante bugie

Sono usciti negli ultimi giorni vari articoli che citano una ricerca norvegese secondo la quale il latte materno non garantirebbe una salute migliore a mamme e bambini rispetto al latte artificiale. La stessa ricerca affermerebbe che è la presenza in gravidanza di alti tassi di testosterone e altri ormoni maschili a impedire poi la riuscita dell’allattamento la seno.

A questi articoli hanno dato risposta anche due autorevoli organizzazioni: l’UNICEF inglese e la Academy of Breastfeeding Medicine.

Abbiamo tradotto le loro dichiarazioni, che riportiamo di seguito.

Academy of Breastfeeding Medicine

“Gli articoli fuorvianti su studi che riguardano l’allattamento al seno indeboliscono madri e bambini”1

New Rochelle, NY, 13 gennaio 2010 –

Diverse uscite sui media hanno travisato i fatti, in articoli che riportano che l’allattamento al seno “non fa così bene come si pensava”.

I giornalisti hanno pappagallescamente ripetuto un comunicato stampa della Norwegian University of Science and Technology che inizia così: “Ti senti in colpa per non aver allattato il tuo bambino abbastanza – o non averlo allattato affatto? Tranquilla. Una nuova ricerca mostra che il latte materno non è così importante per la salute, né quella della madre, né quella del bambino.”

In realtà, lo studio non ha misurato l’effetto dell’allattamento sulla salute materna o infantile, né ha paragonato i bambini allattati al seno con quelli alimentati con latte artificiale. Lo studio ha soltanto trovato un collegamento incongruente tra i livelli ormonali in gravidanza e i tassi di inizio e durata dell’allattamento.

“Il comunicato stampa e le affermazioni dell’autore dello studio, Sven Carlsen, sono oltraggiosi e irresponsabili”, ha detto il dott. Arthur Eidelman, vice presidente dell’Academy of Breastfeeding Medicine e docente di Pediatria alla Hebrew University. “Diffondere una dichiarazione ostentatamente basata su dati che non sono collegati in alcun modo con ciò che è stato pubblicato viola i principi di base della responsabilità scientifica. Uno non può dire che il latte materno non apporta vantaggi alla salute quando non è stata studiata in alcuna misura la salute.”

Il dott. Gerald Calnen, presidente della Academy of Breastfeeding Medicine, è preoccupato che gli articoli riportati in modo inaccurato possano indebolire quelle mamme che vogliono allattare. “Le madri che vogliono allattare devono affrontare un vero e proprio campo minato fatto di strutture sanitarie di basso livello qualitativo, astensione dal lavoro non pagata, vessazioni se allatta in pubblico, e divieto di tirarsi il latte al lavoro”, dice Calnen. “L’affermazione priva di fondatezza di Carlsen che ‘il latte artificiale è buono come il latte materno’ legittima i politici, gli estranei che si indignano e i datori di lavoro a mettere in difficoltà le mamme che vogliono allattare i loro bambini.”

Secondo una recente revisione del governo degli Stati Uniti, i bambini non allattati hanno una probabilità doppia di sviluppare otiti, una probabilità di quasi quattro volte maggiore di avere polmoniti, e probabilità doppia di soffrire di diarrea.

Le madri che non allattano affrontano un maggiore rischio di diabete, sindrome metabolica, e tumori al seno e alle ovaie. “L’allattamento al seno è buono per le mamme e per i bambini”, dice Calnen. “Le madri che desiderano allattare meritano sostegno.”

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La Academy of Breastfeeding Medicine è un’organizzazione internazionale di medici dedicati alla promozione, protezione e sostegno dell’allattamento al seno e della lattazione umana, attraverso l’istruzione, la ricerca e l’advocacy (pressioni e patrocini). Organizzazione di medici indipendente, auto-finanziata, internazionale, unica nel suo genere, la mission dell’ABM è di riunire membri di diverse specialità mediche attraverso la cultura medica, lo sviluppo delle conoscenze sull’allattamento al seno e la lattazione, l’agevolazione delle pratiche ottimali di allattamento al seno, e lo stimolo allo scambio di informazioni tra organizzazioni diverse.

1 http://www.bfmed.org/Media/Files/Documents/ABM%20Reacts%20to%20Misleading%20Study%201-13-10.pdf

Dichiarazione dell’UNICEF UK Baby Friendly Initiative
sulle recenti ricerche sull’allattamento al seno1

Un certo numero di articoli di giornale hanno oggi riferito di uno studio norvegese che avrebbe trovato un’associazione tra un alto livello di ormoni maschili in gravidanza e la capacità di allattare al seno dopo la nascita. Vi si riferisce che gli autori hanno estrapolato dalle loro scoperte che l’abilità materna ad allattare dipende interamente dai livelli di questi ormoni. Vi si riporta anche che essi affermano che l’esposizione ad alti livelli di testosterone prima della nascita spiega le differenze in termini di salute tra i bambini allattati al seno e quelli alimentati col biberon. I risultati di questo piccolo studio sono interessanti e potrebbero meritare ulteriori ricerche. Tuttavia, le affermazioni relative a questi studi non tengono conto delle ampie differenze dei tassi d’allattamento al seno dei vari Paesi, alcuni dei quali hanno il 99% di madri che riescono ad allattare. Sono anche contraddette dal vasto corpus di evidenze scientifiche che mostrano che il livello di riuscita nell’allattamento al seno può essere aumentato da tutta una serie di interventi per migliorare il sostegno alle madri.”

Le affermazioni relative agli esiti sulla salute dell’allattamento al seno non tengono conto della relazione dose-risposta che è stata trovata in diversi studi, e che mostra che i bambini allattati al seno in modo esclusivo per periodi più lunghi hanno esiti complessivi migliori.

Lo studio non tiene conto, o non concorda, con i meccanismi conosciuti mediante i quali il latte materno protegge dalle malattie. Ad esempio,il latte materno contiene una serie di proprietà anti-infettive come immunoglobuline, globuli bianchi, componenti anti-infiammatori, enzimi e fattori non-anticorpi come la lattoferrina e il fattore bifidus.

L’insieme di evidenze che provano i benefici dell’allattamento al seno è ampio, e deriva da una vasta serie di studi su molte diverse malattie, condotti da numerosi ricercatori in molti diversi atenei. Sono state condotte anche revisioni sistematiche della letteratura scientifica: esse sono particolarmente utili perché eliminano gli studi deboli e uniscono le scoperte di tutti gli studi di alta qualità allo scopo di dimostrare con la maggiore attendibilità se esiste davvero un certo effetto protettivo.

È importante notare che c’è variabilità nella qualità e nello spessore delle evidenze in relazione ad alcune malattie: questo è il motivo per cui gli autori di queste revisioni tendono a richiedere ulteriori ricerche per chiarire maggiormente le scoperte. Rimane il fatto, comunque, che le prove scientifiche dei vantaggi dell’allattamento al seno sono molto forti.

Le due più recenti e influenti revisioni sono state condotte dalla Agency for Health and Research Quality e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e sono riassunte di seguito:

Ip S, et al (2007) Breastfeeding and Maternal Health Outcomes in Developed Countries. AHRQ Publication No. 07-E007.Rockville, MD: Agency for Healthcare Research and Quality2. [Allattamento la seno e esiti sulla salute materna nei Paesi sviluppati].

Questa revisione, svolta negli USA, ha vagliato oltre 9.000 studi e ha utilizzato i risultati di 400. Riporta solo gli esiti di salute dei Paesi sviluppati. La revisione conclude che l’allattamento al seno è associato ad una riduzione significativa dell’incidenza di: otite media acuta, gastro-enteriti non specifiche, infezioni acute alle basse vie respiratorie, dermatite atopica, obesità, diabete di tipo 1, diabete di tipo 2, leucemia infantile, SIDS, enterocolite necrotizzante, e nella madre tumore al seno e alle ovaie.

Horta B et al (2007) Evidence on the long-term effects of breastfeeding. WHO3. [Evidenze degli effetti a lungo termine dell’allattamento al seno].

Questo documento riporta una serie di revisioni sistematiche per valutare gli effetti dell’allattamento su pressione sanguigna, diabete e suoi indicatori, colesterolo nel siero, sovrappeso e obesità, e prestazioni intellettive.

Ha trovato una riduzione significativa dell’incidenza di obesità e sovrappeso e diabete di tipo 2. Ha trovato anche che i bambini allattati al seno hanno la pressione sistolica più bassa, colesterolo più basso e migliori risultati in test d’intelligenza.

Sebbene gli effetti protettivi dell’allattamento al seno sulle gastroenteriti e le affezioni respiratorie non siano stati messi in discussione, si è cercato di liquidare questi disturbi, nei paesi sviluppati, come semplici ‘imbarazzi di stomaco’ o ‘tosse e raffreddore’, quando in realtà si è verificata la riduzione delle infezioni gravi che portano a ricovero ospedaliero. Il Millennium Cohort Study è uno studio longitudinale rappresentativo della nazione che coinvolge 18.819 bambini nati in Gran Bretagna tra il 2000 e il 2002. Per 15.890 bambini nati sani, a termine, da gravidanza singola in questo periodo, sono disponibili i dati sull’alimentazione, la salute, e tutta una serie di altri fattori influenti. Questo studio ha trovato che il 53% dei ricoveri per diarrea ogni mese avrebbero potuto essere evitati con un allattamento esclusivo, e il 31% di essi da un allattamento parziale.

Un totale del 27% di infezioni alle basse vie respiratorie avrebbero potuto essere evitate ogni mese con l’allattamento esclusivo, il 25% da un allattamento parziale. (Quigley M et al (2007) Breastfeeding and Hospitalization for diarrheal and respiratory infection in the United Kingdom Millennium Cohort Study4).

È importante essere consapevoli che l’effetto protettivo dell’allattamento è più forte rispetto a certe malattie, specialmente le gastroenteriti, che rispetto ad altre come le allergie. Ciò non significa che per queste altre malattie non ci sia alcun effetto protettivo, ma piuttosto che per i bambini alimentati artificialmente il rischio di contrarre alcune malattie è maggiore che per altre. Soprattutto, se le evidenze mostrano un effetto protettivo dell’allattamento molto leggero, questo non deve far pensare che sia il risultato di una ricerca mal condotta. Perciò, descrivere una prova scientifica come debole se il grado di protezione trovato è basso, è sbagliato e ingannevole. È importante notare che un piccolo effetto protettivo dell’allattamento rispetto ad una malattia importante può avere un effetto marcato su un’intera popolazione.

Il ruolo della Baby Friendly Initiative (Iniziativa Amica dei Bambini) e degli operatori professionali è quello di dare alle donne in gravidanza e ai neo-genitori informazioni complete sull’alimentazione infantile, basate sulle migliori evidenze disponibili, in modo oggettivo e non giudicante, per consentire loro di prendere delle decisioni informate. Abbiamo bisogno quindi di aiutare le madri a prendere le decisioni appropriate per la loro specifica situazione, e di sostenerle nelle loro decisioni, qualsiasi esse siano.

Linee guida su cosleeping e allattamento al seno

422Qui di seguito pubblichiamo la traduzione di un articolo apparso sulla rivista scientifica americana “Breastfeeding Medicine” riguardante il sonno condiviso in relazione all’allattamento al seno. Contiene suggerimenti per i genitori su questo dibattuto argomento.

I termini cosleeping (sonno condiviso o dormire insieme) e bed sharing (condividere il letto) sono spesso usati in modo intercambiabile. Tuttavia condividere il letto è solo una delle tante modalità per dormire insieme. Il sonno condiviso si riferisce ai modi in cui un bambino dorme in stretto contatto fisico o sociale con una persona che si prende cura di lui (di solito la madre).
Questa definizione si riferisce a bambino e adulto che dormono vicini su differenti supporti e comprende anche la pericolosa pratica di condividere un divano o una poltrona.
In tutto il mondo la pratica del dormire insieme può variare molto, così tanto da poter affermare che non tutte le forme di cosleeping portano gli stessi rischi o benefici.
Alcune forme di cosleeping genitore-bambino, comportano protezione fisica del bambino contro il freddo e aumento della durata dell’allattamento, migliorando così le possibilità di sopravvivenza del neonato. Il piccolo d’uomo, in confronto ad altri mammiferi, si sviluppa più lentamente, richiede pasti frequenti e nasce neurologicamente meno maturo. Nei casi di malaria, per esempio, il cosleeping è raccomandato così come può essere necessario in aree in cui letti e abitazioni sono inadeguati.
Condivisione del letto e sonno condiviso sono stati inoltre promossi come metodo per agevolare il legame di attaccamento tra bambino e chi si prende cura di lui e per facilitare l’allattamento al seno.
Condividere il letto e alcune forme di sonno condiviso sono questioni controverse nella letteratura medica e negli ultimi anni hanno ricevuto molte considerazioni negative. Alcune autorità pubbliche americane negli ultimi anni hanno sconsigliato a tutti i genitori di condividere il letto col loro piccolo.

CONDIVISIONE DEL LETTO E MORTALITA’ INFANTILE
Le implicazioni sospette tra la condivisione del letto e l’aumento della mortalità infantile si sono concentrate su cause di morte per soffocamento meccanico (asfissia) e di rischio di sindrome della morte in culla (SIDS-ovvero sudden infant death syndrome).

Rischio di asfissia
Molti studi con certificati di morte non validati concludono che un numero significativo di bambini muoiono asfissiati dormendo a causa delle coperte o perchè vengono schiacciati da un adulto o da un bambino più grande.
Una commissione americana di tutela dei consumatori sulla sicurezza degli oggetti (USCPSC, US consumer product safety commission), basandosi sui dati di questi studi, ha raccomandato di non ricorrere nella maniera più assoluta ad alcun tipo di sonno condiviso con i bambini.

Questa commissione ritiene infatti che non ci siano elementi per considerare il sonno condiviso un ambiente sicuro per dormire. Bisogna dire però che tutti questi studi mancano di dati importanti: lo stato di intossicazione (droga o alcol) degli adulti con cui i bambini condividono il letto e la posizione in cui i bambini sono messi a dormire la notte prima del decesso, nonostante ormai da molto tempo la comunità scientifica sia concorde nel ritenere che la posizione prona sia il più grande fattore di rischio per la SIDS.
La commissione inoltre raggruppa tutti i modi di condividere il letto in una sola categoria, senza separare elementi noti per essere fattori di rischio (come dormire insieme su un divano, su una poltrona o su un materasso ad acqua) rispetto ad altre superfici ritenute sicure.
In questi studi non c’è la sicurezza nè della qualità dei dati raccolti, nè dei criteri usati sull’uso dei termini e nessuna validazione delle conclusioni.
Pregiudizi degli esaminatori e dei medici legali potrebbero avere portato a classificare come morte per schiacciamento un caso in cui non esiste nessuna evidenza che sia avvenuto lo schiacciamento da parte di un adulto. Determinare la causa esatta del decesso è infatti impossibile in assenza di un esame della posizione in cui la morte è avvenuta, o in assenza di interviste dettagliate ai genitori o agli adulti presenti al momento della decesso. Non esiste un metodo per capire tramite l’autopsia se la morte sia avvenuta a causa della Sids oppure a causa di eventi accidentali o involontari come ad esempio un infanticidio tramite soffocamento con il cuscino. Per questo motivo le morti dei bambini che hanno luogo in una culla vengono di solito descritte come casi di Sids, mentre le morti in un divano o nel letto di un adulto vengono etichettate come casi di soffocamento. Ulteriori fattori che complicano le analisi per capire le morti infantili sono i differenti comportamenti di condivisione del letto tra differenti popolazioni e tra gli stessi membri della famiglia. Per esempio condividere il letto durante il giorno è diverso dal condividere il sonno durante la notte, o ancora: condividere il sonno quando il bambino è ammalato è diverso dal condividere il sonno quando il bambino sta bene. Questi fattori suggeriscono diversi livelli di rischio da tenere presente nelle analisi dei dati.
Uno studio basato sulla visita in casa di famiglie considerate a rischio per il loro status sociale ha evidenziato che queste famiglie erano più inclini a mettere i bambini a dormire in posizione prona e su superfici più morbide. Nello stesso modo uno studio retrospettivo basato su una popolazione trovò che i soggetti che condividevano il letto e allattavano al seno avevano un profilo di rischio distinto da quelli che non allattavano al seno.

Rischio e profili di situazione possono essere usati per identificare le famiglie che hanno molto bisogno di una prima guida per la cura dei bambini e per definire contenuti educativi per promuovere un sonno sicuro.

Prevenzione della Sids e rischi
Molti studi epidemiologici e meta-analisi hanno trovato un’associazione significativa tra l’allattamento al seno e una riduzione del rischio di Sids, specialmente quando l’allattamento avviene in forma esclusiva nei primi 4 mesi di vita.
Tuttavia non c’è sufficiente evidenza scientifica che dimostri un nesso di causa effetto tra l’allattamento al seno e la prevenzione della Sids.
Molti studi hanno dimostrato in modo consistente un aumento del rischio di Sids quando i bambini condividono il letto con madri fumatrici. L’esposizione al fumo di sigaretta del feto e del bambino sembra contribuire al rischio di Sids ed è una variabile indipendente rispetto ad altri fattori di rischio, compresa la classe sociale. Questo ha portato ad esprimere la raccomandazione, ben supportata dalla letteratura medica, che i neonati i cui genitori fumano non devono condividere il letto con i loro genitori. Una vasta ricerca basata su oltre 40 studi, conclude che “consistenti evidenze scientifiche suggeriscono che si può associare il condividere il letto con la Sids tra i fumatori, ma questa evidenza non è così consistente tra i non fumatori. Questo non significa che non ci sia nessuna associazione tra Sids e condivisione del letto tra i non fumatori, ma che i dati esistenti non stabiliscono in modo convincente tale associazione”.

DIFFERENZE ETNICHE
Il numero di morti per Sids è basso nelle culture asiatiche in cui il dormire insieme è pratica comune. Tuttavia qualcuno afferma che il dormire insieme di queste culture sia molto diverso dal dormire insieme degli Stati Uniti. Come notano Blair e i suoi colleghi nei loro studi sulle culture asiatiche è diverso parlare di un bambino che dorme accanto alla madre a distanza di un braccio su un letto rigido, come accade spesso ad Hong Kong, oppure nelle isole del Pacifico in cui il bambino dorme sul letto e non nel letto, rispetto ad un bambino che dorme con la madre negli Stati uniti dove spesso dormire insieme significa utilizzare un materasso molto morbido, coprirsi con un piumino spesso e ingombrante e stare in stretto contatto con la madre. Allo stesso modo anche nelle culture occidentali ci sono diversi modi di condividere il letto che si basano sulla cultura o sulla razza. Un importante studio basato su analisi multivariate sul condividere il letto trovò che la razza o l’etnia sembrano essere fortemente associate con la condivisione del letto in tutti i follow up eseguiti con madri nere, asiatiche o ispaniche che hanno una probabilità che va da 4 a 6 volte maggiore di condividere il letto rispetto alle madri bianche.
In uno studio svolto in Alaska dove la percentuale di cosleeping è molto alta nei popoli nativi, i ricercatori trovarono che praticamente tutti i casi di morte per SIDS erano associati con il condividere il letto con i genitori in concomitanza con storie di abuso di sostanze o alcune volte in associazione con la posizione prona o ancora con il dormire su superfici morbide come divani o materassi ad acqua. In un altro studio basato sul PRAM (Pregnancy Risk Assessment Monitoring System) in Oregon trovò che le donne che avevano più probabilità di condividere il letto erano non bianche, single, allattavano al seno e avevano basso reddito.
I fattori non economici sono inoltre importanti in modo particolare tra neri e ispanici. Le campagne per diminuire l’abitudine di condividere il letto offrendo delle culle alle famiglie, possono avere avuto efficacia limitata se le madri condividevano il letto in virtù di norme culturali.

STUDI CONTROLLATI IN LABORATORIO
McKenna e i suoi colleghi hanno studiato la condivisione del letto nel più grande rigore scientifico in laboratorio ed hanno trovato che i bambini che condividevano il letto con la loro madre hanno più risvegli e trascorrono meno tempo nello stadio 3 e 4 del sonno. Questo può essere considerato un fattore protettivo contro la SIDS dal momento che il sonno profondo e i risvegli poco frequenti sono stati considerati come un possibile fattore di rischio per la SIDS.

Un altro studio che è stato condotto nell’ambiente naturale della casa invece che in un laboratorio ha messo a confronto due differenti modi di dormire cioè condividere il letto e dormire nel lettino quantificando i fattori che possono essere considerati come potenziali rischi o benefici.
Video notturni e dati di bambini che condividevano il letto e bambini nel lettino sono stati raccolti direttamente nelle abitazioni. Questo studio concluse che bambini che condividono il letto, privi di fattori riconosciuti come fattori di rischio SIDS, sperimentano un maggior numero di sguardi, un numero maggiore di contatti con la madre e di episodi di allattamento, risposte materne più veloci e più frequenti. Questa maggiore interazione tra la madre e il bambino può essere un fattore di protezione.

FATTORI LEGATI ALLE CARATTERISTICHE DEI GENITORI
Il contributo di altre caratteristiche legate ai genitori nei rischi nel condividere il letto non è chiaro.
Blair e i suoi colleghi in un’analisi multivariata trovarono che il consumo da parte della madre di due o più bicchieri di alcool (un bicchiere equivale a 350 gr di birra, 140 gr di vino, 42 gr di alcool distillato) o la stanchezza dei genitori erano associati con morti causate da SIDS.
Uno studio condotto in Nuova Zelanda non ha tuttavia dimostrato un collegamento chiaro con il consumo di alcool.
Il ruolo dell’obesità fu esaminato in uno studio sulla cause della SIDS. Fu trovato che la media del peso pre-gravidanza delle madri che condividevano il letto era maggiore di quelle che non condividevano il letto. Se lo schiacciamento è considerato il meccanismo del soffocamento infantile potrebbe sembrare plausibile che gli stati fisici e psicologici di coloro che condividono il letto con un bambino potrebbero essere importanti.
Condividere la stanza con i genitori (in opposizione al fatto di stare in stanze separate) sembra essere un fattore di protezione contro la SIDS.

FATTORI LEGATI ALLE CARATTERISTICHE DEL BAMBINO
Ci sono alcune evidenze scientifiche che mostrano come il condividere il letto con bambini di età inferiore ad 8 – 14 settimane possa aumentare il rischio di SIDS.

ALLATTAMENTO AL SENO E CONDIVISIONE DEL LETTO
Le ricerche dimostrano chiaramente la forte relazione tra l’allattamento al seno e la condivisione del letto. In particolare uno studio statunitense su questo argomento trovò che i bambini che condividevano il letto con le loro madri venivano allattati 3 volte più a lungo durante la notte rispetto a quelli che dormivano di routine separati dalle madri. Gli episodi di allattamento raddoppiavano e duravano il 39% più a lungo. La prossimità e il contatto sensoriale con la madre durante il sonno facilita una risposta pronta ai segnali del bisogno del bambino di essere allattato e fornisce un conforto psicologico e rassicurazione sia al bambino che ai genitori. Uno studio che ha coinvolto più di 10000 bambini negli Stati Uniti trovò che il 22% dei bambini di un mese condividevano il letto e che le madri che allattavano avevano una probabilità tre volte maggiore di condividere il letto rispetto a quelle che non allattavano al seno.
Il 95% dei bambini che condividevano il letto lo facevano con un genitore. Allo stesso modo uno studio in Inghilterra trovò che l’allattamento al seno è fortemente associato con la condivisione del letto sia alla nascita che a 3 mesi.

RACCOMANDAZIONI

Basandosi sulla letteratura scientifica l’ABM (Academy of Breastfeeding Medicine) detta le seguenti raccomandazioni per chi si prende cura del bambino:

a. Dal momento che l’allattamento al seno è la migliore forma di nutrimento per il bambino, ogni raccomandazione che impedisce il suo inizio o ostacola la sua durata deve essere attentamente valutata tenendo in considerazione i benefici riconosciuti che riguardano il bambino, la madre e la società.

b. non bisogna dare per scontato che tutte le famiglie pratichino solo un modo di dormire tutta la notte, ogni notte e durante il giorno. Chi si occupa di salute dovrebbe tenere conto del modo in cui il bambino si nutre, delle condizioni etniche, socio economiche e altre circostanze familiari quando deve avere un quadro completo delle pratiche relative al sonno del bambino.

c. i genitori devono essere incoraggiati ad esprimere il loro punto di vista e cercare informazioni e supporto da parte di chi si occupa della loro salute. La sensibilità alle differenze sociali è necessaria quando si vogliono capire le modalità di sonno di un bambino.

d. non c’è al momento alcuna evidenza scientifica sufficiente a supportare raccomandazioni di routine contro il dormire insieme. I genitori dovrebbero essere informati sui rischi e benefici del sonno condiviso e sulle pratiche non sicure di sonno condiviso, dovrebbero poi essere messi nelle condizioni di prendere le loro decisioni in modo consapevole.

Condividere il letto e dormire insieme sono delle pratiche complesse. I consigli ai genitori sugli ambienti in cui far dormire i loro bambini dovrebbero includere le seguenti informazioni:

1. alcune pratiche potenzialmente poco sicure collegate alla condivisione del letto e al dormire insieme sono state identificate sia sulla base della letteratura scientifica sia sulla base del consenso di esperti sul tema:
– esposizione al fumo dell’ambiente e madre fumatrice
– condividere sofa, poltrone e divani con il bambino
– condividere materassi ad acqua o materassi fatti in materiale soffice
– condividere il letto con degli spazi adiacenti in cui il bambino potrebbe rimanere incastrato
– mettere il bambino a dormire nel letto dell’adulto nella posizione prona o di fianco
– uso di sostanze alcoliche o droghe che alterano i sensi da parte dell’adulto che condivide il letto
– condividere il letto con altri bambini
– condividere il letto con neonati di età inferiore a 8-14 settimane, può essere più fortemente collegato con casi di SIDS.

2. Alle famiglie dovrebbero essere date tutte le informazioni sulle norme di sicurezza del luogo in cui far dormire i propri bambini, ecco quali:

– mettere i bambini a dormire nella posizione supina
– usare una superficie piatta e rigida evitando materassi ad acqua, poltrone, sofa, cuscini, materiali soffici o coperte non fissate al bordo del letto
– se devono essere usate le coperte, esse dovrebbero essere fissate tutto intorno al bordo del materasso in modo che non coprano accidentalmente il viso del bambino.
– assicurarsi che la testa del bambino non sia coperta. In una stanza fredda si potrebbe vestire il bambino con un’apposita tutina pesante che sostituisce la coperta per evitare che quest’ultima copra il viso del bambino
– evitare l’uso di trapunte, piumini, imbottite, cuscini, animali di stoffa nell’ambiente in cui dorme il bambino.
– Non mettere mai il bambino a dormire sopra un cuscino o nelle vicinanze di un cuscino
– Non lasciare mai il bambino da solo nel letto di un adulto
– Informare le famiglie che i letti degli adulti hanno dei rischi potenziali e non sono fatti per soddisfare gli standard di sicurezza per il sonno dei bambini
– assicurarsi che non ci siano spazi tra il materasso e la testiera del letto, le mura e altre superfici che possono intrappolare il bambino e soffocarlo.
– mettere un materasso rigido direttamente sul pavimento lontano dai muri può essere un’alternativa sicura. Un’altra alternativa al condividere il letto degli adulti o un materasso è l’uso di un letto per bambini che si attacca al bordo del letto degli adulti e assicura prossimità e facile accesso al bambino ma su due superfici separate. Attualmente non ci sono studi sulla sicurezza o efficacia di tali dispositivi.
– Condividere la stanza con i genitori può essere un fattore di protezione contro la SIDS.

Tratto da “Breastfeeding Medicine” volume 3, n. 1, 2008
Traduzione di Elena Dal Prà con la supervisione di Adriano Cattaneo

Un biberon per le elezioni europee

Tra il materiale grafico promozionale delle prossime elezioni al parlamento europeo http://www.europarl.europa.eu/elections_2009_package/default.htm,  un’immagine di un biberon accanto ad un computer portatile e la scritta  “How should we help balance family and career?” ha indotto tante mamme a scrivere al Parlamento Europeo. Se anche tu vuoi far sentire la tua voce,  invia una mail con  questo o un altro messaggio al Parlamento tramite il servizio “la posta del cittadino” http://www.europarl.europa.eu/parliament/public/staticDisplay.do;jsessionid=E7A163A60FCF003343A944885FE19CCE.node1?language=IT&id=48 (vai su casella postale e riempi i campi)

 O se ti trovi a Milano, dalle 9 alle 18  in Galleria del Corso c’è una choice box dove puoi inviare un video messaggio al parlamento europeo.

 “Di fronte a questa eccellente campagna (http://www.europarl.europa.eu/elections_2009_package/default.htm) per invitare il cittadino a
votare per il Parlamento Europeo, sono rimasta perplessa nel vedere il
poster con computer portatile e biberon, metafora della scelta tra
dedicare più tempo al lavoro o alla famiglia, o su come conciliare le
due cose. Non capisco quale partito votare, perchè ciò che io vorrei é
un permesso pienamente retribuito di maternità di per lo meno sei mesi
per poter allattare mio figlio o mia figlia in maniera esclusiva, che
sia indipendente dai permessi del padre e che si possa estendere fino a
quando io desideri allattare mio figlio o mia figlia. Vorrei anche poter
accedere ad un orario flessibile e ridotto di lavoro, oppure vorrei un
telelavoro, un lavoro condiviso o qualsiasi altra opzione di lavoro che
mi permetta di continuare ad allattare. Se i partiti che si presentano
alle elezioni offrono come alternativa il biberon, penso proprio che non
andrò a votare. In questo caso la vostra campagna sarebbe inefficace,
per lo meno con le madri, e siamo la maggioranza, che vorrebbero
allattare i propri figli.”